In questi giorni si sentono strane folate di vento che non riguardano l’incipiente autunno che, come la meteorologia insegna, naturalmente avanza. No, sono folate che mai nella nostra realtà di individui del terzo millennio avremmo voluto sentire, folate di venti infernali, più che invernali, folate di venti di guerra.
La gran parte di noi è nata e sta vivendo negli anni post bellici, quelli che succedettero alla grande catastrofe della seconda guerra mondiale. Credo che non ci sia stata nessuna generazione vissuta prima della fine della seconda guerra mondiale che non abbia sperimentato una, o addirittura più volte, il dramma della guerra. E alla fine della seconda guerra mondiale s’era compreso che la guerra, che da sempre ha accompagnato la vita dell’uomo, avrebbe distrutto la specie umana ed il suo habitat.
Purtroppo lo status di guerra è confacente con la natura umana (“Homo homini lupus”, l’uomo è una belva per l’altro uomo, diceva il filosofo Hobbes) anche se assolutamente contrario all’umanità. E nel passato c’era stato, da parte di alcuni illuminati filosofi, più di un tentativo di mettere in chiaro come fosse possibile che la natura umana, di per sé bellicosa, nonostante i secoli di “Ama il prossimo tuo come te stesso”, potesse autoregolarsi per far sì che lo stato belligerante non potesse ripresentarsi. Fra tutti, a mio avviso, fu il filosofo Immanuel Kant a scrivere parole capaci di tradursi in pace, o come disse lui, non senza ironia, in “Pace perpetua”. Si rese conto che la pace altro non era se non il più o meno breve intervallo che sussiste tra lo stato, quello sì perpetuo perché sempre risorgente, di guerra. E cercò di individuarne le fonti di sussistenza, che trovò e denunciò indicando i sistemi per far implodere ogni velleità guerriera. E a mio avviso, in questo, come in altra parte del suo pensiero, fu geniale. Pensate: sosteneva che affinché i signori, che al tempo avevano il dominio del mondo nel quale la nostra bellicosa civiltà si riconosceva, finissero di usare la gente comune come carne da cannone per i propri egotici progetti espansionistici, occorreva che gli stati si dessero una forma repubblicana, in cui i cittadini – soldati decidessero se fare o meno la guerra fosse un dato a proprio vantaggio. E sosteneva molto altro ed assai interessanti proposte per rendere la pace lo stato normale di vivere tra gli esseri umani, senza per questo negarne la natura bellicosa, ma certamente non vogliosa di “rimetterci le penne”. Insomma, “l’armiamoci e partite” tanto per essere chiari è il primo input per una guerra sicura, se, invece, la questione si trasforma in “armiamoci ed andiamo tutti in prima linea”, il pensiero un po’ mi rassicura che l’opzione pace possa prevalere.
Gli stati nel secolo successivo al pensiero kantiano si sono via via trasformati in repubblicani o in monarchie rispettosissime alla volontà del popolo. Ma lì ci sostiene amaramente Trilussa, che, nel 1914, quando soffiavano i venti di guerra che precedettero lo scoppio della prima guerra mondiale, scrisse:
…
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
…
Ebbene il velo di Maya, ammesso che in questo caso sia mai esistito, è da tempo squarciato: alla base delle tantissime guerre c’è “gran giro de quatrini che prepara le risorse pe li ladri de le Borse”, ovvero che le motivazioni ideali, con cui si abbindolano i popoli che devono infervorarsi per andare a combattere, coprono in realtà bieche e squallide questioni d’interesse.
Il ‘900, il secolo breve, come lo chiamò Hobsbawm, il secolo in cui la volontà popolare si andava affermando e con essa si sperava l’estinzione dei conflitti armati, come ipotizzava Kant, ha generato i conflitti più terribili e sanguinosi di tutta la storia umana. I governanti certamente “se scambieno la stima boni amichi come prima” negli intervalli tra una carneficina e l’altra, eludendo, ma spesso avendo dalla loro parte, il sostegno entusiasta proprio di quella parte del popolo destinato a trasformarsi in carne da cannone.
È il “secolo breve”, il 900 delle conquiste sociali e politiche, fra tutti i secoli ad avere il primato del tempo storico con maggiori carneficine. Com’è potuto accadere? Com’è stato possibile che due guerre abbiano coinvolto nei conflitti non singoli stati con le proprie alleanze, ma addirittura continenti, tanto che quelle guerre si sono chiamate mondiali? E com’è potuto accadere che potenze sempre più agguerrite abbiano condotto guerre in luoghi tanto lontani dalle loro terre al punto da aversi uno status di belligeranza permanente per interposto soggetto? Allora anche se i popoli conquistano la capacità decisionale siamo destinati alla guerra perpetua?
Il fatto è che le guerre che si sono affermate nel XX secolo sono guerre diverse rispetto a quelle che le hanno precedute nella storia: sono figlie dell’industrializzazione.
Ricordate le cause della prima guerra mondiale? Sì, i blocchi contrapposti, Triplice Alleanza e Triplice Intesa, la corsa agli armamenti, le ideologie nazionaliste, la necessità di ridisegnare con le armi uno spazio egemonico per dare nuovi sbocchi al sempre crescente peso industriale. Era la guerra per cui tutti i governanti interessati avevano la convinzione che, grazie alla propria superiorità bellica, si sarebbe conclusa in tempi brevi. La macchina bellica, ovvero l’industria delle armi, era stata avviata per tempo in quasi tutti i paesi belligeranti e bastava certamente una scintilla per dare fuoco alle polveri. Il “casus belli”, come sempre in questi casi, era assolutamente indipendente dal desiderio di fare la guerra, era solo un’occasione per coinvolgere le masse. E a disposizione dei belligeranti c’erano 60 milioni di soldati distribuiti sui vari teatri di guerra dalle dimensioni planetarie. Ma come fare aderire al progetto ed all’azione bellica quel “popolo cojone” come lo chiamò Trilussa? E lì entra in campo la propaganda, il nuovo strumento adottato dai governanti per manovrare la volontà popolare. E con una pace ingiusta che, volendo ignorare che le cause della prima guerra erano equamente distribuite, si gettarono le basi del secondo conflitto. E una storiografia attenta nell’esaminare le due guerre mondiali ha evidenziato come esse siano strettamente collegate a tal punto da definirle “guerra dei trent’anni del ‘900”.
Già dall’ultimo ventennio del XIX sec. la seconda rivoluzione industriale, che vide Africa ed Asia diventare prede degli interessi industriali per le loro ricchezze, aveva profondamente delineato il nuovo volto degli interessi europei, e contemporaneamente “le classi subalterne” raggiungevano il diritto di voto, almeno per la parte maschile dell’elettorato.
Ebbene, le esigenze di una industrializzazione sempre più spinta richiedevano l’estensione del mercato e la necessità di reperire materie prime, per cui divenne fondamentale la conquista di territori che potessero soddisfare quelle nuove esigenze. Questa situazione è rimasta inalterata, anzi si è via via aggravata nell’arco del XX sec. ed è giunta fino a noi. Il problema allora diventava convincere le masse votanti e destinate ai combattimenti sempre più micidiali ad aderire alle guerre di predazione.
A questo proposito è interessante leggere l’intervista che Gilbert fece nella cella a Göring durante il processo di Norimberga per crimini di guerra (18 Aprile 1946)
Göring: Ovviamente la gente non vuole la guerra. Perché un qualche poveraccio d’una fattoria dovrebbe voler rischiare la propria vita in una guerra quando quel che può ottenerne nel migliore dei casi è di tornare vivo alla sua fattoria? Naturalmente la gente comune non vuole la guerra; né in Russia né in Inghilterra né in America, né, per quel che conta, in Germania. Questo è chiaro. Ma dopotutto sono i leader di un Paese che ne determinano la politica ed ogni volta è solo questione di portare il popolo dove lo si vuole, ciò è sempre vero, in una democrazia come in una dittatura fascista, in presenza d’un Parlamento o in una dittatura comunista.
Gilbert: Una differenza c’è. In una democrazia il popolo ha una voce nelle decisioni politiche attraverso i rappresentanti che ha eletto, e negli Stati Uniti solo il Congresso può dichiarare guerra.
Göring: Oh, sì tutto ciò è splendido, ma voce o non voce, il popolo può sempre essere sottomesso al volere dei leader. È facile. Tutto ciò che devi fare è dir loro che sono sotto attacco e denunciare i pacifisti per la loro mancanza di patriottismo che non può che mettere a rischio il Paese. Funziona allo stesso modo in qualunque nazione.
Ecco, le parole del nazista Göring, maresciallo del Reich e numero due del regime nazista, sono illuminanti come una scia di fosforo bianco lanciata sulle nostre convinzioni. Senza la pace tutto è perduto, ma con la pace gli interessi prioritari dei padroni del mondo non raggiungeranno i propri obiettivi. E se tutti vogliamo la pace, se tutti inneggiamo alla pace, se tutti gridiamo pace non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo. Non dobbiamo dimenticare l’antico motto dell’impero romano “Divide et impera” e da quello dobbiamo ripartire, dal renderci conto che ci sono “leader che determinano la politica ed ogni volta è solo questione di portare il popolo dove lo si vuole, ciò è sempre vero, in una democrazia come in una dittatura fascista, in presenza d’un Parlamento o in una dittatura comunista.”
Il problema è che con l’incremento della micidialità delle armi ora è sempre più vero quello che diceva Einstein “Io non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni”, che purtroppo dobbiamo correggere: non ci sarà più nessuna nuova guerra dopo la terza, perché il mondo si sarà definitivamente liberato dell’homo homini lupus.
